HIV e stigma sociale: un binomio da sciogliere

L’accesso alle cure e i continui progressi in ambito medico e farmaceutico hanno posizionato con il tempo l’infezione da HIV e l’AIDS tra le patologie croniche, permettendo alle persone sieropositive di avere un’aspettativa di vita molto simile a quella della popolazione generica. Non si muore di infezione di HIV – o meglio, non generalizzando – i dati riportano un significativo miglioramento nell’aspettativa di vita rispetto a qualche decennio fa, per cui il virus non scompare ma è tenuto sotto controllo.
Per quale motivo, allora, nell’immaginario comune una diagnosi di positività all’HIV è ancora una condanna a morte?

La percezione della realtà è viziata ancora da una poca conoscenza della questione dovuta dal forte stigma sociale che influenza l’opinione pubblica.
Facendo un passo indietro: negli anni ’90 un noto spot per la campagna contro la lotta all’AIDS a cura del Ministero della Salute mostrava le persone sieropositive circondate da un alone viola. Un marchio che ha creato terrore e che ha posto le basi per una netta distinzione: NOI e VOI.

Noi-sani-decorosi-morali che non faremo mai parte del vostro gruppo e voi malati-sbandati-devianti che create un problema alla società. Sicuramente l’obiettivo della campagna non era questo, ma il substrato ideologico di distanza e paura è rimasto nei decenni a seguire. L’idea di fondo verso cui si combatte quotidianamente è che la persona HIV positiva sia necessariamente ai limiti della società, spesso deplorevole, con problemi di dipendenza da droghe e con una vita sessuale promiscua e quasi certamente omosessuale: una persona che se l’è andata a cercare.

Questo scenario apre due tipi di riflessione:
• Pensare che solo determinate “categorie” di persone possano contrarre il virus dell’HIV è un pregiudizio molto pericoloso poiché legittima la persona eterosessuale e che non abbia implicazioni con sostanze stupefacenti ad avere comportamenti pericolosi per sé e per gli altri non proteggendosi;
• Dare credito al rigido binomio omosessuale-sieropositivo o drogato-sieropositivo distorce profondamente la realtà dei fatti, allargando sempre di più il gap noi-voi che ha l’unica funzione di placare l’angoscia del contagio, con il pensiero di fondo “A me non potrà mai succedere perché non faccio determinate cose.”

La verità è che chiunque abbia rapporti sessuali non protetti è potenzialmente a rischio di infezione. Concentrandoci solo sulla trasmissione sessuale del virus, risulta innegabile che gli MSM – maschi che fanno sesso con altri maschi – rappresentino una percentuale non trascurabile delle persone con HIV; i dati del 2015 mostrano come il 40,1% dei casi rilevati fosse composto da questi, contro il 44% di persone eterosessuali. Il punto della questione è che la sieropositività non è una condizione connessa all’orientamento sessuale della persona ma a comportamenti sessuali non responsabili che pregiudicano il contagio indifferentemente dalle preferenze sessuali di ognuno. Per non parlare di identità di genere: lo stigma investe maggiormente le donne transgender, assimilate troppo spesso a sex-worker, come se l’accostamento trasgenderismo-prostituzione fosse un assunto di base imprescindibile.
Come psicologhe e sessuologhe molto spesso ci scontriamo con la discriminazione di persone HIV positive. laddove non ci sia pregiudizio, è quasi sempre presente – almeno nei primi periodi dopo la diagnosi – una difficoltà della persona a dover accettare la propria condizione. E’ fondamentale in questi casi un supporto psicologico che aiuti in un percorso che non neghi la sieropositività ma che trovi il modo di inserirla nel precedente contesto di vita della persona; insegnando l’importanza fondamentale di aderenza alle cure che garantisce alla persona uno stile di vita soddisfacente e l’azzeramento della carica virale; fornendo strumenti per gestire adeguatamente il proprio menage di coppia – soprattutto in caso di coppia sierodiscordante -, garantendo a sé e all’altra persona la serenità di potersi amare liberamente.

Dott.ssa Debora Peruzzi
Dott.ssa Antonella Palmitesta

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