Fame: quel certo languorino

La fame è una delle pulsioni determinate negli esseri viventi dall’istinto di sopravvivenza, ma se l’assunzione di cibo per gli animali che vivono in natura è strettamente legata alla necessità di consentire al corpo di funzionare, per la maggior parte di noi (e dei nostri animali domestici) non ha spesso nulla a che fare con il bisogno fisico.

 

Mangiare oltre il necessario è infatti un comportamento estremamente diffuso nel mondo occidentale, che dà luogo a sensi di colpa determinati a volte da semplici questioni estetiche, ma altre da vere e proprie emergenze sanitarie, come nel caso dell’obesità.

Proprio questa patologia, sempre più diffusa e dalle pesanti ricadute sociosanitarie, ha spinto i ricercatori a cercare di comprendere meglio i meccanismi fisiologici che regolano i neurotrasmettitori  che spingono alla ricerca di cibo.

Molte sono le teorie sviluppate, tra cui le principali sono quella glucostatica e quella lipostatica. La prima sostiene che sia la glicemia a determinare in maniera preponderante la regolazione dell’appetito: quando scende sotto certi livelli si innesca lo stimolo della fame, che invece si inibisce quando la glicemia si alza. Secondo la teoria lipostatica invece i centri della fame e della sazietà sarebbero influenzati dai depositi di grasso dell’organismo, la fame insorgerebbe quindi quando le scorte lipidiche iniziano a scarseggiare per inibirsi con la ricostituzione dei depositi adiposi.

Allora perché il senso di fame si scatena anche in presenza di evidenti depositi di grasso e non smettiamo di mangiare neppure quando il tasso di glicemia è ben oltre la soglia di guardia? Il problema è che, in realtà, alla base della regolazione degli impulsi ci sono una gran quantità di segnali fisici, chimici, meccanici e psicologici che interagiscono fra loro, complicando alquanto le cose.

Ad aggravare la situazione ci si metta anche la grande disponibilità di cibi diversi di cui disponiamo, che stuzzica l’appetito e il desiderio di gratificazione immediata: esperimenti condotti in laboratorio hanno dimostrato che un topolino alimentato con un solo tipo di cibo, anche se particolarmente gradito, è in grado di sospenderne l’assunzione quando i fabbisogni energetici sono soddisfatti. Ma se lo stesso topo può scegliere tra cibi vari e appetibili, mangia più del necessario e ingrassa.

Ecco perché, quando si parla di obesità, una cura efficace deve tenere in considerazione tutti questi elementi ed essere altamente personalizzata. Anche il semplice sovrappeso, che pur in maniera meno grave è alla base di una serie di disagi fisici, spesso non è risolvibile con una semplice dieta ma richiede un approccio personalizzato, perché il rapporto con il cibo dipende da fattori emotivi estremamente difficili da controllare.

Tags:
Nessun commento

Vuoi lasciare un commento?