S.O.S. – Uomo in mare

In questi giorni si parla molto della questione migranti, in particolare dopo che l’epopea dell’Aquarius, la nave che trasportava 629 migranti, è diventata il manifesto politico di vari esponenti del Governo che si sono serviti di questa vicenda per esternare le loro convinzioni in merito all’accoglienza.

 

La questione dei migranti però, prima che politica, è una questione umanitaria. O meglio ancora, umana.

Perché su quella nave, come su molte altre navi non assurte alle cronache ma comunque presenti sulle rotte marittime, ci sono persone. Persone alle quali vanno garantiti i diritti umani e quelli universali, non ultimo quello alla salute.

La polemica sta a zero quando si parla di salute sulle navi, o sui barconi, o su qualunque mezzo trasporti uomini, donne e bambini che lasciano la loro terra perché la loro casa, da luogo di conforto diventa luogo da cui scappare.

Non sono persone in crociera su uno yacht, sono persone che rischiano la vita in mare e che spesso partono in condizioni di salute già precarie, impossibilitate a usufruire delle cure necessarie nei loro paesi.

Lo spaccato umano che si presenta lì, in mezzo alle acque, impone dunque una riflessione anche di tipo sanitario, e non solo relativa allo stato di emergenza. Cosa accade a chi ha bisogno di cure? E cosa accade dopo, sulla terraferma?

Non si contano i casi di decessi in mare o quelli di persone che denutrite e disidratate rischiano la vita, e anche volendo tralasciare la questione morale – anche se, si badi bene, scindere la questione morale da tutto il resto del comparto di questioni che riguardano i profughi, sarebbe quantomeno irresponsabile – si pone un’emergenza clinica, igienica, assistenziale.

Laddove possibile, le equipe mediche intervengono direttamente in loco, raggiungendo i mezzi di trasporto e operando sui casi particolarmente drammatici, ma c’è da dire che un lavoro enorme viene fatto dai volontari che accolgono i migranti una volta che raggiungono la terraferma e ne valutano lo stato di salute, per indirizzarli eventualmente ai centri medici.

È pur vero che negli spostamenti successivi, quelli che impongono alle persone di raggiungere i luoghi d’accoglienza deputati, c’è un grande rischio di perdita di presa in carico.

Quanti pazienti si perdono, tra uno spostamento e l’altro? Che aderenza alle terapie c’è, da parte di chi ha come obiettivo primario quello di trovare un ricovero per i figli?

Un dato certo non c’è, quello che però sappiamo è che curarsi dovrebbe essere un diritto di tutti, e che se così non è, lo stato di diritto fallisce.

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