Nuove sfide dell’uguaglianza sanitaria

I dati presentati al Welfare Day (Roma, 6 giugno 2018) dal VIII Rapporto RBM – Censis ci hanno messo di fronte non solo a delle (tristi) evidenze, ma soprattutto all’urgenza di ripensare al nostro sistema sanitario accantonando pregiudizi ideologici.

 

Dal 2008, ovvero dalla crisi economica, il sistema di spesa pubblica si è contratto (passando dal + 14,8% nel quinquennio 2001-2008 al + 0,6% nel periodo 2009-2017) contro una crescita costante del 3,6% della spesa privata. Ciò ha portato a un incremento nominale della spesa sanitaria totale dal 2010 a oggi di 6,7 mld di euro di cui solo il 5% finanziato da spesa pubblica. Inutile negarlo: siamo in un sistema sanitario misto.

A conferma del trend, si consideri che nel 2017 le prestazioni out of pocket, ovvero pagate di tasca propria dai cittadini, sono state 150 mln per una spesa complessiva di 39,7 mld di euro e hanno riguardato 2 persone su 3. La maggior parte di queste voci hanno riguardato l’acquisto di farmaci (7 cittadini su 10, per una spesa di 17 mld) e visite specialistiche (6 su 10, per una spesa di 7,5 mld di euro).

Il ricorso alla spesa sanitaria privata è un fenomeno che riguarda l’intero paese e tutte le fasce di reddito. A livello territoriale la distribuzione dell’out of pocket è omogenea: 26% Sud e Isole, 20% Centro, 24% Nord Est, 30% Nord Ovest. Allarmante il fatto che è omogena anche sulle fasce di reddito, caratterizzandosi, anzi, da una forte regressività: il 32% della spesa sanitaria privata ha riguardato famiglie con redditi compresi tra 35 e 60k, il 17,8% con redditi tra 15 e 35K, il 6,4% con redditi inferiori a 15 mila euro. Nel 2017 il 47% degli italiani ha tagliato altri consumi per pagare spese sanitarie, 7 milioni hanno dovuto indebitarsi, 2,8 hanno venduto immobili o titoli mobiliari.

Non si tratta dunque di risposte a capricci o trattamenti di lusso. Come emerso da un sondaggio Censis, questa situazione ha fatto saltare la fiducia nei confronti del sistema sanitario e nel sistema universalistico provocando un “rancore sanitario” che sta portando anche a nuove forme di intolleranza sociale: richiesta di bloccare il fenomeno della mobilità sanitaria, di sanzionare le categorie a rischio, e così via.

È dunque sempre maggiormente evidente la necessità di individuare nuove forme di sostenibilità economica e sociale del sistema sanitario.

Al di là degli interventi strutturali che devono riguardare il sistema nazionale, tema ampiamente discusso nell’ultimo periodo fa riferimento alla possibile intermediazione da parte di forme sanitarie integrative. Al momento esse hanno coperto poco meno del 15% delle spese out of pocket, ma potrebbero invece ricoprire un ruolo determinante.

Affinché ciò possa accadere garantendo la continuità del nostro sistema universalistico, qualche riflessione va fatta.

Innanzitutto sarebbe tanto necessario quanto urgente un confronto istituzionale rispetto al tema per individuare forme di governance e strategie di sistema paese che possano garantire l’affermazione di un modello Made in Italy, cucito su misura per il paese che siamo oggi. A titolo di esempio, sarà necessario individuare forme di accordi che permettano l’inclusività, forme di risparmio generato che permettano re-investimenti nel sistema sanitario e garantiscano l’accesso alla cura per chi non può sostenere spese private e/o avere coperture sanitarie integrative.

Giusto per capirci… A fronte 14,8 mln di dipendenti a tempo indeterminato, siamo in Europa il Paese con il più alto numero di precari (2,9 mln) e di lavoratori autonomi (5 mln). I disoccupati sono intorno ai 3 mln. [dati Ocse, 2017]

I malati cronici sono 24 mln a cui aggiungere una serie di pazienti con patologie tali che al momento difficilmente vedono la possibilità di ricorre a polizze sanitarie.

La sfida è grande, il confronto è obbligatorio.

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